Ogni anno nel nostro Paese vengono diagnosticati circa ventimila casi di celiachia e il dato è in continuo aumento. Il problema riguarda per lo più bambini e giovani e sono numerose le donne in età fertile che si trovano a dover conciliare il problema della celiachia con la ricerca di una gravidanza.

Più che una patologia, la celiachia è una condizione, questo perché, rimosso il glutine dalla dieta, origine di tutti i disturbi di cui soffre la persona celiaca, il suo stato di salute è pari a quello di qualunque soggetto non celiaco.
Le origini di questa condizione sono in gran parte ereditarie: i figli di genitori celiaci corrono un rischio elevato, stimato intorno al 10%, di manifestare a loro volta intolleranza al glutine. Tuttavia, quella che si eredita è solo la predisposizione genetica al morbo celiaco. 

 La celiachia, di per sé, non influisce in alcun modo sulla fertilità e non comporta rischi specifici in gravidanza. È l’intolleranza non diagnosticata a rappresentare una minaccia per le donne celiache che aspettano un bimbo. Infatti, il malassorbimento di sostanze nutritive nel periodo preconcezionale e durante i 9 mesi può provocare pericolose carenze di calcio, ferro e folati, con un aumento del rischio di malformazioni a carico del tubo neurale, problemi nello sviluppo scheletrico del nascituro e anemia. I figli di donne celiache che assumono glutine in gravidanza corrono un rischio aumentato di nascita pretermine.

Inoltre, uno studio condotto da ricercatori del Policlinico Gemelli ha evidenziato che le donne celiache, se non seguono una dieta rigorosamente priva di glutine, vanno incontro a un rischio triplicato di aborto spontaneo nelle prime settimane di gravidanza. Sembra infatti che la reazione immunitaria stimolata dal contatto del glutine con la mucosa intestinale inibisca la capacità dell’embrione di attecchire e annidarsi nella parete dell’utero. L’unica misura preventiva in grado di riportare nella media il rischio di aborto spontaneo è eliminare ogni traccia di glutine dalla dieta a partire da almeno sei mesi prima del concepimento, in modo tale da annullare la presenza degli anticorpi anomali in circolo nel sangue.

È importante, dunque, che le donne che cercano una gravidanza e sospettano di essere intolleranti al glutine o hanno parenti di primo grado celiaci ne parlino con il proprio medico curante e si rivolgano a un centro specializzato nella diagnosi della celiachia. In caso di esito positivo, attenendosi scrupolosamente alla dieta di esclusione del glutine non corrono alcun rischio particolare e non necessitano, durante l’attesa, di controlli supplementari o trattamenti farmacologici. Se la diagnosi avviene a gravidanza già avviata, spetta al medico curante il compito di controllare se il malassorbimento ha prodotto carenze di ferro o calcio e, se necessario, prescrivere integratori di questi minerali. La stessa considerazione vale se la celiachia viene diagnosticata dopo il parto, nel puerperio o durante l’allattamento.
Trattandosi di una condizione a forte componente ereditaria, la celiachia può essere trasmessa dalla mamma al bambino come parte del suo corredo genetico. Il rischio per il piccolo di sviluppare la celiachia nel corso della vita è del 10%. Al momento non sono stati identificati con certezza comportamenti o precauzioni da mettere in atto durante la gravidanza o dopo la nascita del bambino per ridurre il rischio che anche lui sviluppi intolleranza al glutine. Si ritiene che ritardare il più possibile l’esposizione del bimbo al glutine possa avere un effetto prottettivo, ma gli studi al riguardo non hanno dato ancora risultati definitivi.